
Le filosofie incentrate sulla meditazione di tipo mindfulness ritengono che l’origine di ogni dolore e turbamento risieda nel continuo passare della mente in direzione del passato e del futuro e propongono, come soluzione, la momentanea capacità di concentrare i nostri pensieri in direzione del presente e di tutte quelle sensazioni che vengono assorbite dal nostro corpo nel preciso istante in cui ci focalizziamo sulla nostra esistenza.
Risulta evidente a chiunque che un neonato si trovi inserito in quella medesima condizione di armonia che andiamo ricercando, anche senza il bisogno di seguire corsi incentrati sulla meditazione o di riflettere sulle parole del Buddha, dal momento che, trovandosi privo di un passato da ricordare o della capacità di progettare il futuro, il suo benessere dipende dalla qualità delle emozioni corporee che riesce ad assorbire in un determinato momento.

Non esiste dunque una sola ragione per mantenere i bambini di pochi giorni, settimane o addirittura mesi confinati all’interno delle mura domestiche a respirare azoto ed entrare in contatto con le cellule epiteliali morte, dato che frequenti e rapide uscite contribuiranno al suo benessere psico-fisico e non comporteranno alcuna problematica di sorta alla sua salute, dato che le precauzioni comunemente adottate per garantire l’incolumità dei piccoli si trovano ad essere per lo più frutto di fantasie o della mancata conoscenza di come un organismo in fase post-natale funzioni realmente.
Tralasciando motivazioni di ordine filosofico-culturale, le principali ragioni che ci spingono a mantenere segregato un bambino piccolo riguardano principalmente la paura che, al contatto con il clima esterno, il bimbo possa riportare chissà quale danno alle vie aeree, contrarre una polmonite o tremare dal freddo fino a morire assiderato mentre noi cerchiamo di rianimarlo alitando sul suo visino agonizzante.
Fatta eccezione per gli abitanti della Groenlandia (che risultano esentati dalla lettura di questo paragrafo), nulla di tutto questo corrisponde fortunatamente a verità, dato che il neonato dispone di un sistema di termoregolazione profondamente differente dal nostro, di vie aeree in grado di svilupparsi tramite il contatto con i climi umidi e che i maggiori pericoli per la sua salvaguardia derivano proprio dall’ambiente domestico e non dall’esterno.
Oltre a possedere una temperatura corporea mediamente più alta di un grado rispetto a quella di un adulto, i neonati sono portati per loro stessa costituzione a regolare il loro micro-clima interno sulla base dell’ambiente esterno, il che li porta ad adeguare la loro portata termica in armonia con l’ambiente circostante e a comprendere, fin dalle prime fasi di vita, quale reazione manifestare per contrastare possibili insidie.

Facendo un breve e semplicissimo esperimento, vi accorgerete subito di quanto un bambino piccolo risulti quasi “incandescente” al ritorno da una breve escursione esterna in presenza di un clima freddo e potrete rapidamente constatare come il suo corpo abbia subito un rialzo termico non appena provate a togliere la giacchetta per riporlo nuovamente nella culla.
Lo sbalzo presente nel corpo del neonato non sta a denotare il fatto che il piccolo si sia ammalato e che risulti febbricitante, ma che il suo organismo ha appena messo in atto la corretta risposta termica di fronte ad un clima freddo e che sta imparando a regolarsi mediante il contatto con sensazioni climatiche che erano per lui ignote finché di trovava racchiuso all’interno del grembo materno, con un temperatura media costante e priva di oscillazioni.
Discorso diverso invece per i climi caldi che potrebbero davvero turbare la serenità del neonato, molto più sensibile a temperature alte che non a climi freddi, e richiedere alcune precauzioni per evitare nervosismo, sudorazione eccessiva o scottature derivanti dall’esposizione diretta ai raggi del sole.
Se portare a spasso un neonato durante le giornate soleggiate risulta logicamente ancora più gradevole e piacevole, sia per voi che per il bimbo, occorre infatti evitare l’esposizione diretta del bimbo ai raggi-uv, magari coprendo adeguatamente con qualche velo la culla ed evitare le proverbiali “ore più calde” della giornata, andando a preferire le fasce mattutine o serali, di modo da sfruttare le ore della giornata in cui il caldo rappresenta una risorsa e non un problema.
Oltre a privare il neonato di tutte quelle piacevoli sensazioni derivanti dalla brezza che soffia, dalla percezione di nuova luce o dal rumore della pioggia che cade dolcemente, segregare il bambino tra le mura domestiche comporta molti più rischi per la salute di quanti non ne porti in dote una breve escursione quotidiana in direzione di un luogo ameno e potrebbe alla lunga nuocere alle vie aeree del piccolo, impossibilitate a svilupparsi per via di un clima molto più secco di quello presente all’esterno e di fattori inquinanti più elevati rispetto a quelli presenti fuori casa.
Numerose ricerche hanno infatti attestato come l’assenza di un riciclo di aria adeguato, la carenza di ossigeno prodotta dalla continua respirazione e la presenza di polvere e cellule epiteliali morte rendano l’ambiente domestico molto più ricco di Co2 e fattori inquinanti di quanto non lo sia un normale centro urbano di un qualunque capoluogo di provincia italiano.

Se già per un soggetto adulto trascorrere un’intera giornata chiuso in casa può rivelarsi alla stregua di un’esperienza snervante, a maggior ragione lo è per un neonato, le cui vie aeree necessitano di aria pura e del doveroso tasso di umidità per dischiudersi, formarsi e dilatarsi quel tanto che basta a migliorare la respirazione una volta rientrati dal giretto.
Come se tutto questo non bastasse, pare emergere in modo sempre più evidente un nesso che lega l’auto-reclusione delle madri con l’insorgenza della depressione post-partum, dal momento che anche le neomamme necessitano di una sana passeggiata rilassante e che la possibilità di condurre una breve escursione quotidiana con il loro piccolo, non solo giova alla salute del bimbo, ma a quella di tutte le donne libere di iniziare l’esplorazione dl mondo al fianco di loro figlio e (perché no?) di mostrare serenamente in pubblico il frutto di tanta fatica, ricevendo in cambio quella meraviglia e quella ammirazione che da sole bastano ad invertire il corso di una giornata no.
Per vincere l’apatia delle giornate in casa che sembrano non finire mai, ogni posto può rappresentare una piccola conquista e una grande evasione, ma la possibilità di ottimizzare i percorsi sulla base della stagione e del clima consente di aumentare i benefici dei giretti e di rendere l’esperienza ancora più piacevole.

La meta ottimale è ovviamente rappresentata da località campestri, lacustri, marittime e montane, dove la qualità dell’aria è migliore e dove gli stimoli sensoriali vengono massimizzati dalla presenza del vento e di un clima idoneo al relax, ma non è tuttavia da disdegnare anche una breve capatina in direzione del più vicino centro commerciale, dove la presenza di luci, colori e vetrine rifocillerà lo sguardo della mamma e porterà il bimbo a percepire la meraviglia del mondo circostante, lasciandosi cullare da sensazioni a lui ignote che mutano rapidamente passo dopo passo.
L’unica raccomandazione è quella di non cercare alibi legati alla pioggia o al clima avverso, dato che è tranquillamente possibile passeggiare anche sotto una lieve pioggerella a fronte dell’adozione di qualche lieve precauzione, andando a coprire con un telo plastico la culla, oppure stringendo il piccolo ala marsupio mentre voi reggete l’ombrello.
L’unica controindicazione climatica sorge in caso della compresenza dei due fattori legati al vento forte e ad escursioni condotte all’interno dei centri urbani, dal momento che il vento, per sua stessa natura, aumenta la diffusione dei fattori inquinanti e potrebbe portare il bambino a contatto con fattori allergizzanti o comunque con potezili sostanze in grado di infiammare le sue minute vie aeree.
Esattamente come accade per gli adulti, i virus possono venire contratti da un organismo in fase neonatale attraverso il contatto diretto con un soggetto infetto e la trasmissione avviene solo in caso il piccolo si trovi ad una distanza ravvicinata da chi ha già contratto una determinata forma virale, seppur in forma ancora latente.
Non vi è dunque ragione per la quale il bimbo corra più rischi fuori casa di contrarre l’influenza o una grave forma di raffreddore, dato che la patologia potrebbe venirgli trasmessa da un parente o ad un amico in visita a prescindere dal lungo in cui l’incontro tra i due si manifesta e dalla presenza di un tetto sopra la testa dei due termini dello cambio virale.

Una volta varcata la soglia di casa continuano a valere le stesse regole che dimoravano all’interno e che prevedono che nessuno tocchi il bimbo (specialmente sul volto) o si avvicini troppo, con l’intento di osservare da vicino quanto di fatto risulta perfettamente visibile anche alla distanza di sicurezza, rappresentata dalla misura convenzionale di circa un metro.
In caso di picco influenzale in atto, risulta comunque sconveniente recarsi in luoghi chiusi troppo affollati, (come possono essere i mezzi pubblici), viste le enormi probabilità di contatto diretto con un soggetto infetto e la più rapida diffusione degli agenti patogeni.
In conclusione, non esiste nessuna tipologia di limite o restrizione temporale ai giretti che potete condurre con vostro figlio e l’esperienza dipende solo dalla vostra capacità di lasciarvi alle spalle ataviche paure ed errate convinzioni, prima di trovarvi costretti a meditare per dimenticare il tempo perso e per progettare una vita più serena.
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