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Salute e Benessere
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Depressione e televisione, un legame sempre più stretto

29 Gennaio 2015
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Depressione e televisione, un legame sempre più stretto

Probabilmente non esiste al mondo un’invenzione più diabolica di quella perpetua ripetizione di situazioni e intrecci narrativi che prende il nome di “serie tv” e che risulta ormai perfettamente funzionale a tenere incollati allo schermo spettatori di ogni età, livello di istruzione e ceto sociale.

Se l’interesse relativo alle evoluzioni e alla vicende dei nostri personaggi televisivi preferiti è, in fondo, più che legittimo, quando l’attenzione assume contorni morbosi e ci porta a trascorrere ore di fronte allo schermo in attesa di qualcosa di indefinito, potrebbe denotare uno stato patologico riconducibile alla depressione e contribuire, per contro, ad alimentarlo.

La stana spirale che prevede l’abuso di televisione come conseguenza e causa, al tempo di stesso, di disturbi neurologici è stata recentemente portata alla luce da uno studio condotto dalla University of Texas, presentato alla 65esima conferenza annuale dell’International Communication Association di San Juan (Porto Rico) dove si è ampiamente dibattuto dello stretto rapporto tra media e cervello.

I ricercatori americani hanno condotto un lungo studio incentrato su un gruppo di 316 giovani adulti (di età compresa tra i 18 e i 29 anni) con l’intento di valutare la loro condizione psicologica complessiva e di metterla in relazione con la capacità individuale di autocontrollarsi in presenza di contenuti televisivi in grado di suscitare particolare interesse verso i fruitori, sulla base delle preferenze e delle inclinazioni manifestate in sede di test.

Dagli esiti dell’esperimento è emerso che chi si trova più incline a soffrire di stati depressivi o ansiosi, tende quasi in automatico a trascorrere un tempo maggiore davanti al televisore, identificando le trasmissioni preferite come una sorta di strumento utile ad evadere dalla sequenza di pensieri negativi ed entrando così in una sorta di “tunnel” che prevede un incremento della fruizione e un conseguente aumento delle problematiche sociali alla base dei disturbi originari.

In sostanza, trascorrere ore davanti alla televisione denota un’inconscia volontà di fuga dalle problematiche reali e una condizione di tipo apatico verso le relazioni tipiche dell’universo sociale circostante, solo che, anziché lenire la problematica, le maratone televisive la acuiscono andando a danneggiare la sfera degli interessi extra-televisivi.

In particolare, pare che proprio di fonte alle sopracitate serie tv i giovani soggetti depressi abbiano dato prova di un’incapacità di fondo di autocontrollarsi e di trascurare gli episodi che venivano proposti loro dai medici texani per concentrarsi su attività di altro tipo.

Il fenomeno denominato come “binge watching” non è ovviamente generato dalle serie tv in quanto tali (così come l’obesità non è causata dai gianduiotti), ma pare che che l’arte di suddividere una trama in un’infinita sequenza di episodi possa costituire un deterrente per il ritorno alla “vita sociale” dei pazienti con una pregressa storia di depressione alle spalle, in virtù di uno schema tanto appassionante quanto diabolico.