
L’esplosione televisiva di reality e talent shows ha portato ognuno di noi a sospettare che nel nostro intimo si annidi una recondita volontà di attirare l’attenzione altrui ad ogni costo, in grado assumere autentiche tinte patologiche nel momento in cui ci troviamo a misurarci con la nostra totale assenza di talento davanti a giudici annoiati e a telecamere accese solo per ledere il poco orgoglio rimasto.
Le evoluzioni a cui sono disposte le aspiranti star televisive del futuro, tornano tuttavia rapidamente nel campo della normalità se paragonate a stati patologici reali di segno analogo, tra i quali spicca l’autolesionismo intrinseco alla Sindrome di Munchasuen o alla sua agghiacciante versione “per procura”, nota anche con il nome di Sindrome di Polle.
Le vittime di questa tremenda patologia neurologica, generalmente soggetti di sesso femminile, sono spinti ad esporre i propri figli a potenziali pericoli per la loro salute o ad arrecare loro danno in modo volontario con l’unico intento di suscitare compassione sui malcapitati bambini e (in modo riflesso) su se stessi, ottenendo così un’inquietante ribalta ospedaliera destinata porsi alla stregua di un compiacimento personale.
Il perverso meccanismo alla base della Sindrome di Polle spinge cioè numerosi madri a desiderare che il loro bambino si trovi a soffrire per fornire una sorta di gratificazione al proprio ego; gratificazione che consiste nell’attenzione e nella conseguente compassione che normalmente circonda le mamme in apprensione per le condizioni di salute dei loro figli.
Stando ad una ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore-Policlinico Universitario Gemelli di Roma, pare che i casi di ricoveri coatti di minori nel nostro Paese non costituiscano una tragica eccezione limitata a qualche episodio sporadico, ma una porzione tale da rappresentare una significativa parte di tutti casi relativi a minori ricoverati presso le strutture coinvolte nello studio.
Analizzando le origini e le condizioni di salute di un campione di 751 bambini ricoverati tra la fine del 2007 e l’inizio 2010 presso il Policlinico Gemelli di Roma, i medici italiani si sono infatti accorti di una cospicua presenza di “disturbi fittizi” (cioè inventati dal bambino stesso) dei quali buona parte pareva riconducibile ad un’embrionale manifestazione della Sindrome di Munachausen o addirittura alla Sindrome di Polle dovuta all’azione dei genitori che avevano spinto il piccolo a simulare malessere per attirare l’attenzione su di loro.
In quattro casi inoltre è stata accertata l’azione dolosa compiuta dai genitori che si è tradotta in un effettivo stato di malessere indotto a seguito di maltrattamenti riconducibili alla sfera della Sindrome di Polle più che a casi ascrivibili come “maltrattamenti generici” o a tragici eccessi di ira genitoriale sfociati nell’effetto lesivo ai danni del piccolo.
Proprio a causa della difficoltà di distinguere l’origine di varie malattie infantili e della sottostima che coinvolge la patologia, appare oggi difficile intervenire sulle problematiche legate alla Sindrome di Polle e indirizzare i genitori-aguzzini e i figli-vittime verso una corretta terapia in grado di consentire il superamento dei traumi causati e della loro inevitabile ripercussione sulle attività sociali infantili.
Gli esperti hanno invitato ad una maggiore soglia di attenzione nei confronti di tutti quei disturbi infantili che possono apparire “comuni” ad un primo sguardo, ma che nascondono in realtà una folle volontà di attirare l’attenzione e di cercare una ribalta ben più dolorosa di quella che è emersa nel nostro intimo in concomitanza con l’avvento di reality e talent shows e del conseguente assunto (quasi patologico) che vede nell’anonimato e e nella discrezione una malattia da curare ad ogni costo.
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