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Google e la gaffe razzista dei neri taggati come “gorilla”

3 luglio 2015
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Google e la gaffe razzista dei neri taggati come “gorilla”

La storia delle umane vicende insegna che quando non si dispone di argomenti utili a far valere le proprie tesi, si tende ad estrarre dall’armadio della memoria tutta quella sequela di beceri luoghi comuni che prevede, ad esempio, l’accostamento di una persona in sovrappeso ad un maiale, di un nero ad una scimmia, di un caucasico ad una mozzarella e simili bestialità faunistiche degne della peggiore idiozia.

Non disponendo di argomentazioni quasi per definizione, non trovandosi provvisto di intelligenza,l’algoritmo di Google ha involontariamente arricchito il campionario dei luoghi comuni con un improbabile tag che è andato ad accostare l’immagine di una coppia di neri con la definizione “gorilla”, suscitando il doveroso clamore planetario e lasciando intravedere un pizzico di malafede in un errore del tutto casuale.

Dall’interno della funzione Google Photo, risulta infatti possibile compiere ricerche ordinate per immagini e pervenire ad una sorta di categorizzazione dei soggetti desiderati mediante un sistema basato su un algoritmo che porta il motore di ricerca ad associare una data immagine alla definizione più pertinente.

Come colpito da fulmine a ciel sereno, l’utente di Google Jacky Alcine si è accorto che Big G andava ad assimilare una fotografia di due neri alla categoria zoologica dei gorilla, con la quale (inutile dirlo) non  nulla aveva da spartire se non nel raccapricciante immaginario di qualche red neck texano affezionato a mantelli bianchi e cappucci bucherellati.

A seguito dello svergognamento di Google condotto dall’utente tramite il ricorso a Twitter, iresponsabili di Mountain View si sono trovati investiti da un imbarazzo tanto profondo da fornire immediatamente vagonate di scuse ai due avventori malamente taggati, alla comunità afro-americana e a chiunque abbia potuto sentirsi offeso dall’iniquo accostamento, cioè a chiunque risulti dotato di comuni facoltà cognitive sul pianeta Terra.

Volendo ovviamente credere alla buona fede più assoluta di coloro che hanno programmato l’algoritmo incriminato, non resa che auspicare una maggior attenzione di fronte a possibili errori di questa natura, prima che l’armadio delle bestialità torni a riempirsi di nuovi argomenti per chi, di fatto, argomenti non ha.

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