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Tim Cook lancia stoccate a Google e Facebook sulla privacy

3 giugno 2015
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Tim Cook lancia stoccate a Google e Facebook sulla privacy

Il ventesimo secolo ha assistito allo scontro frontale tra due opposti modelli di società che prevedevano, rispettivamente, un restringimento delle libertà individuali finalizzato alla realizzazione di un’eguaglianza giuridica tra i cittadini, oppure un processo inverso che comportasse maggior presenza di sistemi democratici, anche a scapito della presunta parità di diritti e doveri.

Fortunatamente abbandonata l’annosa diatriba, la dicotomia si è spostata, con l’avvento dell’era digitale ad un differente ambito di diritti e doveri che prevede la necessità di garantire la sicurezza pubblica e di tutelare, al contempo, la privacy degli utenti di internet, come se i due termini si trovassero ad essere necessariamente inconciliabili e necessariamente antitetici per loro stessa costituzione.

In un recente dibattito tenutosi ai margini di un evento organizzato dall’Electronic Privacy Information Center a Washington, Tim Cook, Ceo e gran capo di Apple, ha espresso il suo punto di vista sulla questione, affermando a gran voce come il versane legato alla privacy debba essere considerato prioritario rispetto a qualunque esigenza di sicurezza nazionale (o presunta tale) e come lagaranzia di un sacrosanto anonimato non sia barattabile con nessun altro valore al mondo.

In sostanza, secondo Tim Cook, le molteplici ingerenze messe in atto da governi e agenzie di sicurezza per giungere ad una raccolti di dati personali finalizzata, ad esempio, alla prevenzioni di attentati terroristici, sarebbero totalmente in legittime e addirittura in contrasto con quanto sancito dalla carta costituzionale americana e con le basilari norme che regolano la moralità.

Più che alle esigenze governative in sé, con le quali Apple non ha mai avuto un rapporto colmo di rose e fiorellini, l’attacco di Cook è in realtà parso rivolto a quelle numerose aziende presenti nella Silicon Valley che raccolgono e rivendono i dati di navigazione dei propri utenti con l’intento di dar vita a fastidiose campagne pubblicitarie personalizzate, in barba a diritti individuali e alla volontà degli internauti di rimanere anonimi.

Cercando di nominare il peccato, ma non il peccatore, è apparso comunque impossibile non cogliere un riferimento semi-esplicito a Google e Facebook, diretti competitor di Apple a più parti tacciati di infischiarsene allegramente della privacy e di aver messo in atto una compravendita di dati e cookies paragonabile ad un gigantesco bazar fatto di codici, nominativi e credenziali.

In un mondo che rivolge una sempre crescente attenzione ai fattori legati alla privacy, la mossa di Cook è subito apparsa come una dichiarazione di intenti, più che una semplice trovata pubblicitaria e ha nuovamente spostato l’attenzione delle cronache su quella dicotomia tra privacy e sicurezza che ricorda molto da vicino l’omologa diatriba novecentesca tra libertà ed eguaglianza, anche se in modo decisamente meno apocalittico.

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