
Secondo uno schema ben noto agli ideatori del moderno capitalismo, il prezzo di vendita di un qualunque prodotto è destinato ad abbassarsi in corrispondenza con l’aumento della richiesta, per cui capita di trovare in edicola tutti gli elementi necessari a costruirsi una stampante 3D (funziona davvero) al costo di un periodico, mentre per acquistare una ben più utile stampante braille occorrono 2000 dollari sonanti, dal momento che i non vedenti paiono essere in numero nettamente inferiore rispetto agli entusiasti dei modellini 3D.
Con l’intento di ovviare alla dura legge di mercato, il tredicenne americano Shubham Banerjee ha deciso di costruirsi una stampante braille completamente “fai-da-te” usando i celeberrimi mattoncini Lego per dare vita ad una struttura realmente funzionante e dall’impatto economico decisamente contenuto.
A partire da un progetto scolastico iniziato l’anno scorso ( e poi dicono che a scuola si combina gran poco!), al ragazzo è venuto il pallino dell’ingegneria domestica e ha dedicato gran parte del suo tempo libero nella costruzione della stampante da lui ribattezzata “Braigo”, in base all’unione delle parole “braille” e “lego”, il cui primo prototipo ha avuto tanto successo da spingere i suoi genitori a finanziarne la costruzione in serie.
La nascente società “Braigo Labs”, che vedrà il giovane Shubham nelle inedite vesti di direttore generale, si propone dunque l’obiettivo di rendere accessibile la tecnologia braille a quella vasta utenza per la quale una cifra pari a 2000 dollari rappresenta un esborso troppo ingente, portando i dispositivi ad un prezzo al dettaglio pari a 350 dollari ed imponendo, di riflesso, una logica rivalutazione di quelle che sono le priorità e le esigenze del mercato globale.
Il caso del giovane californiano non è che l’ultimo esempio di come un ingegno piuttosto sviluppato possa sopperire a lacune di tipo finanziario e di come la tecnologia più sofisticata sia in realtà spesso accessibile grazie all’impiego di materiali “poveri” destinati ad utilizzi differenti; entrambi fattori che, se applicati su larga scala, possono mettere in crisi i principi su cui si fonda lo strano capitalismo moderno e la pretesa di conferire un valore alle cose a partire dalla loro diffusione
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