
A furia di ripetere che ogni colore presente nello spettro cromatico è ormai diventato il “new black” abbiamo perso di vista il vero nero e la sua potenza evocativa, sapientemente esposta da Giorgio Armani come monito planetario in chiusura della fashion week di Milano.
Proponendo una serie di modelli concepiti per esaltare le forme del velluto nero e indossati ad arte da modelle uscite da un incubo di Tim Burton o da una retrospettiva su Pornography dei Cure, Armani è riuscito a suscitare nei critici la sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo colpo di genio dello stilista e ad una rivoluzione in grado, quantomeno, di ridurre gli eccessi cromatici delle scorse stagioni per riportare l’eleganza alla dimensione che più le si addice quasi per definizione.

Condita dalla presenza del Presidente del Consiglio e da una serie di buone intenzioni volte a risollevare le sorti di quell’industria tessile italiana perennemente sospesa tra le sue eccellenze e la volontà di far quadrare i conti di fronte al pericolo della globalizzazione, la settimana della moda milanese è riuscita a ridestare un interesse planetario (soprattutto a livello di stampa) che appariva un po’ sopito durante le scorse edizioni e che ha riportato per un attimo lo sguardo del mondo sul Belpaese.
Elogiata dalle firme più autorevoli di Vogue, la tradizione italiana delle piccole botteghe e del design raffinato ha ritrovato la gloria perduta grazie agli interessantissimi modelli proposti da: Gucci, intento a ridefinire un’idea di lusso sui generis, Dolce e Gabbana, alle prese con atmosfere fiabesche; Prada, sempre più orientata sull’esecuzione tecnica dei capi e soprattutto sulla sfilata finale di Armani che ha mostrato al mondo come il nero sia l’unico “new black” possibile, con buona pace degli aforismi in voga e dei coloro spruzzati un po’ a caso.
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