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La fiction Rocco Schiavone diventa un caso politico

15 Novembre 2016
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La fiction Rocco Schiavone diventa un caso politico

Risulta evidente a chiunque abbia compiuto i tre anni di età che il cinema si compone, per sua stessa natura, non solo di eroi da cartone animato, rigorosamente belli, buoni e profumati come un campo di lavanda in primavera, ma anche (e soprattutto) di una serie di figure di confine, per loro natura chiaroscurali, che abbinano punti di forza e debolezze e che non risultano mai assolutamente “buoni” o “cattivi” secondo gli infantili cliché del manicheismo totale.

Nonostante tutti noi ci troviamo dunque ad apprezzare, per via delle loro debolezze, poliziotti poco ortodossi, criminali gentiluomini e persino produttori di metanfetamine malati di cancro, può accadere che in Italia si apra un assurdo dibattito sulla fiction Rai Rocco Schiavone, “rea” dai aver portato sul piccolo schermo un vicequestore che, anziché bere succo di mela per colazione, fuma canne, crede in un ideale di giustizia piuttosto sommario e possiede metodi di indagine spesso sbrigativi e non in linea con il concetto di giustizia definito dalle leggi vigenti.

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Evidentemente convinti che qualcuno possa entrare nel tunnel delle droghe leggere dopo aver visto una puntata di Rocco Schiavone o che qualche vicequestore in carne ossa decida di trarre ispirazione dalla serie e di malmenare stupratori e consimili, alcuni parlamentari della Repubblica Italiana hanno indetto una solenne crociata contro la serie televisiva, imputandole la genesi di modelli comportamentali amorali (o addirittura immorali) e definendo il povero personaggio alla stregua di un “eroe per imbecilli”.

Premesso che, forse per un’ingenuità di fondo che ci contraddistingue, l’idea che una fiction tv possa spingere in direzione del consumo di droga o di atti violenti appare piuttosto assurda, senza nulla voler togliere alle legittime argomentazioni dei parlamentari in questione, è sufficiente guardare la fiction per comprendere che Schiavone non è affatto un eroe e non ha la minima pretesa di porsi come modello comportamentale per chicchessia.

Rocco Schiavone è un personaggio palesemente tormentato dal rancore, dai rimorsi e della prematura scomparsa della moglie, che “sbaglia” (sempre virgolettato) nella piena consapevolezza dell’errore e che non possiede un’opinione di sé tanto alta da riuscire mai a giustificare le sue azioni fino in fondo, affidando al ricordo della moglie perduta il ruolo di coscienza morale, sempre pronta a redarguirlo per gli sbagli consapevolmente commessi.

Piaccia o meno, la serie rappresenta il miliardesimo esempio di come il cinema riesca a riprodurre i tormenti insiti nell’animo umano e relativizzare i concetti di giusto e sbagliato al vissuto di ogni individuo, esulando da quello che schema che vede Superman o He-Man combattere le forze del male dall’alto della loro bellezza, della loro assoluta bontà e di quello stucchevole odore di lavanda che li fa apparire poco idonei a chiunque abbia ormai passato il lieto periodo pre-scolare.

 

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