
In un mondo dove quasi tutti i settori produttivi sono regolamentati attraverso quel bizzarro e perverso sistema che prende il nome di autocertificazione, esistono per fortuna organizzazioni come Greenpeace che, oltre a suscitare di tanto in tanto qualche polverone mediatico, si occupano di certificare il livello di attendibilità delle grandi marche in materia di energia pulita e di rispetto di quelle norme che consentono di tenere sotto controllo i livelli di smog e il fenomeno noto come riscaldamento globale.
Ogni anno, infatti, i responsabili del noto ente ecologista si prendono la briga di passare al vaglio industrie e aziende e di stilare una particolare classifica in base al numero delle emissioni di Co2 prodotte, nella speranza di sensibilizzare il consumatore verso la scelta di prodotti e dispositivi in cui l’attenzione all’ambiente in fase produttiva rappresenta un valore aggiunto da tenere in considerazione al momento della scelta.

Esattamente come accaduto lo scorso anno, la particolare graduatoria stilata da Greenpeace ha visto Apple primeggiare incontrastata, grazie ad una cospicua porzione del comparto produttivo in grado di fare affidamento su fonti energetiche rinnovabili e alla recente decisione di alimentare tutti i data centers dell’azienda mediante fonti di approvvigionamento energetico alternative.
Raggiungendo un coefficiente “eco-friendly” pari all’83% la società di Cuperitno è riuscita di poco a staccare Google e Facebook, anch’esse piuttosto attente all’ambiente e al potenziale delle energie rinnovabili; ragione che spiega in parte l’avversione della Silicon Valley per la politica energetica di Trump e per la volontà del neo-presidente di dare fondo al carbone e ai combustibli di tipo fossile.
Se quasi tutte le maggiori firme dell’universo hi-tech hanno raggiunto una piena sufficienza agli occhi di Greenpeace, le due eccezioni alla verde regola sono state rappresentate da Amazon e Alibabà, giudicate dall’associazione ecologista ancora troppo ancorate a schemi produttivi classici e artefici di una riconversione troppo lenta e farraginosa, soprattutto a fronte di introiti che consentirebbero tranquillamente alle due aziende di installare pannelli fotovoltaici pressoché ovunque e di altisonanti dichiarazioni di intenti che, ahimè, non hanno trovato un corrispettivo in grado di porsi oltre quel bizzarro sistema di autocertificazione che consente alle aziende di tessere le lodi i loro stesse in un circolo di autoreferenzialità infinito.
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